Cavallo Pazzo, e la statua più grande del mondo!

scultura_a_cavallo_pazzo

SOUTH DAKOTA – Una faccia sulla montagna. Un viso inciso per sempre sulle rosse e dure rocce delle Black Hills nel South Dakota.
E’ il volto di Tashunka Witko per tutti Cavallo Pazzo. Per ora solo una piccola parte della Crazy Horse Memorial, la grande scultura in roccia iniziata dallo scultore polacco-americano Korzac Ziolkowski e proseguita dai suoi collaboratori e che vuole a tutti i costi celebrare con il più grande monumento del mondo la storia di uno fra i maggiori capi che i Sioux abbiano mai avuto. Cavallo Pazzo è una leggenda da queste parti, il suo nome suscita timore e reverenza, e scava dentro gli ideali di libertà di ogni uomo, o perlomeno dentro quelli che non possono tacere sul reiterato sterminio perpetrato ai danni del popolo degli indiani.

62a99610975e47b3835b845eaab40eb5

Il 6 e il 7 giugno scorso vi é stato l’appuntamento con la Volksmarch, oltre dieci chilometri di ‘passeggiata’ che permetterà a tutti i partecipanti di raggiungere a piedi (il percorso si copre in circa 2 ore e 30 minuti) il monumento di Crazy Horse, là sulle Black Hills. L’uomo simbolo della resistenza è colui che ha piegato “capelli lunghi” Custer e il 7° cavalleggeri nella battaglia Little Bighorn. Quello che si incontra sulle montagne rocciose non è un semplice volto. È qualcosa di più, e sembra entrare nell’anima profondamente. Sarà per via del mistero che da sempre protegge la figura di questo capo indiano o la leggenda che via via si è tramandata dalla fine dell’800 fino ai giorni nostri, ma questo luogo ha qualcosa di magico. Di straordinariamente forte: è come se le voci del popolo pellerossa massacrate dall’ingordigia dell’uomo bianco urlassero tutte insieme. E il Monte Rushmore che sta lì, a poca distanza, sembra rievocare brandelli di storia, quella stessa storia che ha visto perpetrare nell’assoluta indifferenza di tutti, lo sterminio di un popolo. I volti dei presidenti Lincoln, Jefferson, Roosevelt e Washington, sono lì scolpiti nella pietra a contrastare l’altro volto, che da solo si erge sulla montagna.

a-lot-more-work-to-be

E’ come stare in mezzo a una battaglia, caduti vittime di chissà quale stregoneria che porta il visitatore indietro nel tempo, al tempo di Cavallo Pazzo e delle sue imprese al limite della fantasia, quando lo si voleva perfino invulnerabile ai proiettili. Ogni anno la marcia attira 11.000 persone che arrivano da tutto il mondo; addirittura nel 1998 si è raggiunto il numero record di 15.000 partecipanti. La data rimarrà sempre nella memoria di tutti poiché proprio in quell’anno il Memoriale (progetto educativo e culturale no-profit, nato appunto per la costruzione della scultura) festeggiò il 50° Anniversario scoprendo per la prima volta il volto di Cavallo Pazzo. La marcia è aperta a tutti e anche alle persone fisicamente invalide a cui è offerta la possibilità di avvicinarsi al volto di Cavallo Pazzo grazie ad un pullmino che li accompagna fino alla vetta. Inoltre, la marcia consente anche un approccio alla cultura dei nativi americani. Infatti l’annesso centro culturale educativo e l’interessante museo dedicato alla cultura degli indiani offrono una visione certamente valida a tutti coloro che intendono scoprire e conoscerne le tradizioni.

134400804-media-ff00f044-b87c-435a-b2dd-5f641b965508

Crazy Horse Memorial
Una volta completata sarà la più grande scultura nella roccia mai costruita, larga 195 metri e alta 172. Solo per fare un paragone, le teste scolpite sul Monte Rushmore sono alte solamente 18 metri. Proprio per riparare alla “provocazione” di questo monumento dell’uomo bianco (costruito in territorio sacro indiano), nel 1939 i capi Lakota appoggiarono l’idea di Korczak Ziolkowski, intenzionato a onorare la memoria di quello che viene definito “l’ultimo Sioux”. Nel 1940 Ziolkowski ottenne il benestare dai nativi americani sulla scultura a patto che venisse realizzata nelle Black Hills. I lavori cominciarono nel giugno del 1948, alla presenza di una decina di anziani reduci della battaglia di Little Big Horn. Ma lo scultore morì all’età di 80 anni. A tutt’oggi il memoriale in onore di Cavallo Pazzo non è terminato, a breve dovrebbero iniziare i lavori per scolpire la testa del cavallo.

Curiosità
La versione corretta del nome di Cavallo Pazzo è Tashunka Witko, che tradotto letteralmente dalla lingua Lakota vuol dire “Il suo cavallo è pazzo”.
Il grido di guerra di di Crazy Horse era Hoka Hey! È un buon giorno per morire. Gli Americani se ne appropriarono e ora è diventato il motto dei soldati spediti in guerra. Inoltre la frase viene utilizzata nel telefilm Star Trek come proverbio Klingon.
Crazy Horse è anche il nome della band nata nel 1969 con Neil Young e un manipolo di musicisti a supporto delle varie tournée del cantautore.

Letture consigliate
Larry McMurtry – Cavallo Pazzo, storia del capo sioux che vinse a Little Bighorn
Dee Brown – Seppellite il mio cuore a Wounded Knee
Mary Sandoz – Cavallo Pazzo
Vittorio Zucconi – Gli spiriti non dimenticano

Io non dimentico!

 

 

Secondo un sopravvissuto ricoverato in ospedale sul peschereccio affondato c’erano 950 persone, di cui 50 bambini. Stamattina la nave Gregoretti ha sbarcato i 30 cadaveri recuperati in mare a La Valletta.

migranti-90

..meditazioni solitarie, pensieri che penetrano a poco a poco dentro con il loro stimolo a salpare, a seguire il sogno con umile realismo, imparando a procedere a navigazione stimata, accettando di vivere in modo diverso, nell’incertezza, lasciando che l’inspiegabile resti inspiegato.
Sapendo che il compromesso e la via di mezzo non sono un ripiego, ma l’unica risposta onesta alla complessità dei problemi umani, scoprendo che “a volte il mare sembra un sogno, tanto si è vicini alla realtà.”

Quanto il mare, con le sue tempeste e le sue bonacce, la sfida di avventurose navigazioni in acque burrascose. Il mare come la vita ci chiede disciplina e conoscenza delle leggi. Il richiamo a mondi lontani, la speranza di una vita migliore ci fa dimenticare la paura.
In Mare la vita è Sacra!
Io non dimentico!

 

 

 

 

GLOSSARIO DI LUOGHI COMUNI DA SFATARE

indian1500x1000

Augh: Gli indiani salutavano invece con “hog”, che gli inglesi trascrivono con “haug” e gli italiani pronunciano (e scrivono) “augh”, sbagliando.

Bastone da colpi: Serviva a eliminare dalla battaglia gli avversari toccandoli, senza usare armi.

Grande capo: A parte figure carismatiche come l’irriducibile Cavallo Pazzo o il diplomatico Nuvola Rossa, nate dalla necessità di unirsi contro i bianchi, non c’erano veri capi. Esistevano esperti per la guerra (in genere nati sotto il segno dell’orso), esperti per trovare l’acqua, capi-caccia, capi costruttori di accampamenti, uomini di medicina e così via. Tutte le decisioni venivano prese dai consigli delle tribù. Il capo non veniva inteso all’occidentale, era un semplice portavoce. Si ritiene che la Costituzione americana abbia preso spunto anche dalla democrazia degli Irochesi.

Palo-totem: Lo usavano solo le tribù del nord-ovest. Non serviva per i prigionieri, ma a mostrare le effigi degli animali protettori degli avi che originarono la tribù. Pellerossa. Non erano rossi: per proteggersi dal sole alcune tribù si cospargevano di terra.

Pipa della pace: A un suo estremo aveva un’ascia vera, segno di equilibrio fra due opposti, la pace e la guerra. Serviva anche per comunicare con le divinità.

Scalpo: Un cimelio di cattivo gusto, inventato da francesi e inglesi per dare un premio per ogni indiano ucciso, poi adottato dalla resistenza indiana.

Segnali di fumo: Li usavano, ma avevano 1.100 fra lingue e dialetti, tanto che svilupparono un complesso linguaggio gestuale per capirsi fra tribù diverse. I Cherokee inventarono un alfabeto (68 segni fonetici), forse l’ultimo a comparire nel mondo in epoca moderna. Nel 1828 uscì il primo giornale in lingua scritta indiana, il Cherokee Phoenix, dedicato alla loro causa.

Tipì: Capanna tipica, ma solo degli indiani delle pianure. Quelli del sud abitavano in case di pietra.Al nord in capanne di legno.

Vecchi saggi: Le società indiane non erano assistenziali: i vecchi, benché molto ascoltati, se non autosufficienti erano un peso e in genere lasciavano il gruppo per andare a morire.

The Pirates of Nassau Museum

Praticamente nel pieno centro cittadino di Nassau, caratteristica capitale delle Bahamas, e’ un piccolo ma originale museo, che si visita piacevolmente e non annoia; e’ interessante toccare con mano cio’ che da sempre si e’ solo visto nei film o letto nei libri, ovviamente per coloro che sono attratti dalla famosa pirateria tradizionale antica. Nassau e’ sicuramente una meta turistica da godersi a pieno, sia come capitale, sia per le stupende spiagge tipicamente caraibiche facilmente raggiungibili.

8843368511_ab84b60d06_b

adatto ai bambini, con ricostruzione di un villaggio pirata e di relativa nave. carina la ricostruzione del galeone, ma chi è stato a Gardaland nell’attrazione “I Corsari” ha già visto il meglio. Costo 12 dollari. richiede circa 30 minuti. Piccolo shop all´ uscita fornito di piccoli gadget e Tshirt divertenti seguito da collezione di animali imbalsamati per le varie ricostruzioni (tra cui ratti, polli, capre e una volpe).Piuttosto una metafora comune sui pirati. C’è qualche informazione ragionevole e l’ambiente aiuta. Vale la pena venire a visitare Nassau! Se piove e amate come me i pirati passate anche voi di qui!

 

William “Captain” Kidd

2-william-kidd-c1645-1701-granger

 

Forse il più sfortunato capitano nella storia della pirateria, William “Captain” Kidd era un corsaro, ma finì per diventare un pirata.

In realtà, Kidd era stato incaricato di dare la caccia ai pirati da parte di Richard Coote, il governatore di New York e Massachusetts. Poco dopo aver cominciato la missione, però, un terzo del suo equipaggio era morto di colera, la sua nave perdeva a causa di numerose falle e i primi sforzi per attaccare le navi nemiche erano falliti.

Ancora peggio, Kidd non aveva incontrato alcun pirata. Kidd e il suo equipaggio erano disperati e la violenza all’interno dell’equipaggio era dilagante. Kidd uccise proprio il suo cannoniere, William Moore, e ciò tenne tranquillo quello che era stato un equipaggio ammutinato.

Nel gennaio del 1698, Kidd catturò una nave appartenente alla Compagnia britannica delle Indie orientali: era carica di oro, argento, seta e altri oggetti di valore. Dal momento che Kidd era un corsaro per conto dei britannici, questo attacco venne considerato un atto di pirateria (Kidd inizialmente credeva che la nave navigasse sotto la corona di Francia).

Dopo aver catturato la nave, tuttavia, cominciarono a sorgere leggende su dove Kidd avesse nascosto il suo tesoro, come raffigurato nell’illustrazione sopra.

Quando Kidd sbarcò a New York, apprese di essere stato dichiarato pirata. Venne arrestato a Boston, dove era andato con la falsa promessa di clemenza per i suoi crimini.

Kidd fu giudicato colpevole di un capo d’accusa per omicidio e cinque capi d’accusa per pirateria e condannato all’impiccagione il 23 maggio 1701.

Björn Larsson scrive “LA VERA STORIA DEL PIRATA LONG JOHN SILVER”

“Ma una cosa almeno l’ho capita. C’è della gente che neanche sa di vivere. E’ come se non si rendesse neppure conto che esiste. Forse è proprio qui la differenza. Io ho sempre avuto cara la pelle attaccata a quel poco che mi rimaneva del corpo. Meglio condannati a morte che impiccati con le proprie mani, dico io, se proprio si è costretti a scegliere. Niente di peggio dei nodi scorsoi, a mia conoscenza”.

“Ma non dimenticate anche questa di pura e sacrosanta verità: che chi era compagno di John Silver e l’ha tradito una volta, una seconda volta non l’ha avuta nello stesso mondo del vecchio John”.

“Ci sono solo due vie, per chi vuole vivere da essere umano con qualche senso finché non muore. Una è mantenere la rotta. L’altra è farsi impiccare”.

1731233

Ci sono libri che danno pura gioia, facendo vibrare dentro di noi tutte le corde del nostro amore per la lettura: il racconto trascinante unito a temi che ci toccano nel profondo, la suspense e l’avventura e un sottile gioco letterario che stimola la nostra complicità, una documentata ricostruzione storica e il fascino di personaggi più grandi del reale, nati già immortali. È quel che capita con il romanzo di Björn Larsson: ci ritroviamo adulti a leggere una storia di pirati con lo stesso gusto dell’infanzia, riscoprendo quella capacità di sognare che ci davano i porti affollati di vascelli, le taverne fumose, i tesori, gli arrembaggi, le tempeste improvvise e le insidie delle bonacce, come anche il semplice incanto del mare e la sfida libertaria di ribelli contro il cinismo dei potenti. In più con la sorpresa di vederci restituito, in tutta la sua ambigua attrazione e vitalità, uno dei personaggi che davano a quell’infanzia l’emozione della paura: chi racconta in prima persona è Long John Silver, il temibile pirata con una gamba sola dell’Isola del Tesoro, fatto sparire da Stevenson nel nulla per riapparirci ora vivo e ricco nel 1742 in Madagascar, intento a scrivere le sue memorie. E non è solo a quell’“e poi?” che ci veniva sempre da chiedere alla fine delle storie che risponde Larsson, è al prima, al durante, al dietro: com’era il mondo all’epoca della pirateria, i legami con il commercio ufficiale, la tratta degli schiavi, il contrabbando, le atroci condizioni dei marinai, i soprusi dei capitani, il codice egualitario dei pirati, le loro efferatezze e quelle contro cui si ribellavano, le motivazioni e le ingenuità dei grandi “gentiluomini di ventura”. Ma è a un personaggio letterario che è affidato il compito di rivelare la “verità”, un personaggio cosciente di esistere solo nelle parole, che dialoga in un pub di Londra con Defoe fornendogli notizie per la sua storia della pirateria, che risponde a Jim Hawkins dopo aver letto L’Isola del Tesoro, e che, in quel continuo gioco di rimandi, indaga sul rapporto tra realtà e invenzione, sete di vivere e bisogno di immortalità, solitudine e libertà, con la consapevolezza che non esiste altra vera vita di quella che raccontiamo a noi stessi.

Black Hills consiglia “Veracruz” di Valerio Evangelisti 2009

Dopo l’uscita nel 2008 di “Tortuga” ecco il secondo capitolo dei Pirati scritto da Valerio Evangelisti. L’ormai straconosciuto autore della saga di Eymerich, l’anno dopo tornò  sui mari a raccontare avventure, sempre più crudeli, dei Fratelli della Costa, la più grande flotta di pirati che abbia mai solcato i mari centroamericani, alla conquista dell’inespugnabile Veracruz (la capitale della Nuova Spagna).

veracruz690

“Siamo nel 1683, due anni prima degli eventi narrati nel romanzo Tortuga. Il cavaliere Michel de Grammont, ultimo leggendario capo dei Fratelli della Costa che infestano il mar dei Caraibi, propone ai compagni un’idea folle: conquistare e saccheggiare Veracruz, la città più importante della Nuova Spagna, giudicata imprendibile. Un’impresa condannata anche da quella corona di Francia di cui i pirati si dicono gli agenti, che ha firmato con gli spagnoli un effimero trattato di pace.
Prende il largo dall’isola di Roatán la flotta più imponente che abbia solcato le acque centroamericane. Uomini spericolati, cinici, rotti a ogni crudeltà. Se esiste un ideale, è di arricchirsi in fretta e sperperare tutto nei pochi anni di vita che rimangono. Quanto all’orizzonte strategico che ispira chi manipola i fuorilegge del mare – togliere alla Spagna il monopolio dei commerci nell’area caraibica – è per gli equipaggi puro pretesto che legittima un’avidità sfrenata.
Hubert Macary, ufficiale al servizio del capitano Lorencillo, è uomo stolido, coraggioso e fedele, con un lungo passato militare. Considera una virtù l’obbedienza cieca, la gerarchia il perfetto assetto sociale. La ferocia dei pirati non lo turba: l’importante è obbedire.
Le sue convinzioni saranno scosse da due donne: Claire, la sorella del cavaliere de Grammont, imprigionata a Veracruz dall’Inquisizione come ugonotta, liberata ormai morente; e soprattutto l’affascinante Gabriela Junot-Vergara, in apparenza convenzionale femme fatale, seducente e irresistibile, ma forse mossa da ideali più nascosti e da finalità indecifrabili. Dopo la sanguinosissima presa di Veracruz saranno Claire e Gabriela, l’una moribonda e l’altra fin troppo viva, a guidare non solo Macary, ma l’intera Filibusta, verso l’abisso descritto in Tortuga.
Accanto ai personaggi principali, anima il racconto un’intera folla di comprimari: i capitani Lorencillo e Van Hoorn, i governatori corrotti coinvolti in complicati giochi geopolitici, le donne-bucaniere dai costumi disinvolti, i semplici marinai capaci di passare con indifferenza dalla generosità all’efferatezza. Un quadro dei Fratelli della Costa senza precedenti nella narrativa avventurosa, al tempo stesso crudamente realistico e oggettivamente pittoresco, ma documentato con serietà. Quasi l’antitesi del romanticismo salgariano, e dell’abbondante saggistica che ha letto l’epopea dei pirati della Tortuga in chiave di rivolta libertaria.
Lo sfondo ambientale sono isolette suggestive, mari cristallini, sabbie bianchissime, città costiere protette da banchi di corallo. Chi ha detto che l’inferno abbia colori cupi?

da “Veracruz” di Valerio Evangelisti

I pirati raccontati in “Veracruz” sono crudeli, spietati, macchiati di sangue, e per molti aspetti diversi dall’iconografia cinematografica che siamo stati abituati a vedere: nel libro scompare quasi del tutto la versione della comunità “aperta” (solo un breve accenno alla pratica di delegittimazione dei capitani a opera degli equipaggi), scompaiono l’Isola felice e i pirati buoni alla Salgari.
I bucanieri della Jolie Rouge (la bandiera pirata), masnadieri e taglia-gole pensano soltanto al bottino che ricaveranno dal prossimo assalto, per loro anche l’amore è merce violenta.
Nella storia narrata da Evangelisti questi pirati non hanno niente di romantico: sono al soldo di Sua Maestà di Francia, ma quando assaltano una nave e la scoprono francese, uccidono l’intero equipaggio.

Pirati, corsari, bucanieri e filibustieri

jolly-roger-bandiera-pirati

Il nome dei corsari deriva dalle “lettere di corsa”, documenti di incarico attraverso cui i governi delle potenze in guerra autorizzavano i capi dei corsari ad attaccare e a depredare, per loro conto,  le navi nemiche. In particolare i corsari erano alleati dei francesi, olandesi e inglesi che li utilizzavano per colpire le navi che trasportavano le ricchezze prodotte dalle colonie spagnole d’oltreoceano.

I corsari furono alleati, secondo regole mercenarie, delle potenze che si contendevano il controllo dei mari adiacenti alle colonie spagnole situate nell’attuale America centrale; queste potenze erano: Olanda, Spagna, Portogallo e Inghilterra. I corsari si distinguevano dai pirati i quali, invece, non erano dei mercenari ma dei banditi liberi da qualsiasi appartenenza e che colpivano indiscriminatamente tutte le navi delle potenze in guerra.

I luoghi in cui navigavano, sia i pirati che i corsari, erano i mari dei Caraibi, dove non solo vi erano le linee di trasporto spagnole ma anche le città fortificate da cui partivano le navi, come ad esempio Portobelo, situata attualmente nella repubblica di Panama oppure Maracaibo nell’attuale Venezuela, entrambe espugnate dal famoso corsaro Henry Morgan.

Oltre ai corsari e ai pirati vi erano anche i bucanieri e i filibustieri. Il nome bucanieri proviene dalla parola francese boucan e identificava l’ambiente in cui venivano messi ad essiccare le carni affumicate, una delle pietanze più comuni nelle navi dell’epoca. Le origini dei bucanieri erano francesi. I bucanieri  francesi si erano stabiliti sull’isola di Hispaniola, attualmente di proprietà per metà di Haiti e per l’altra della Repubblica Domenicana. Il loro scopo era attaccare le navi spagnole che trasportavano bestiame.

tortuga-map-caraibi 

In seguito si ritirarono sull’ isola caraibica di Tortuga, dove da diversi anni vivevano coloni francesi e inglesi. L’isola era diventata un ricettacolo di corsari e pirati. Lì spesso venivano organizzate spedizioni contro le navi spagnole, agli inizi del ‘600, e in seguito anche contro le navi francesi e inglesi.

Lettera di “Capriolo Zoppo” 1854

arches-national-park-t

Gli indiani d’America vivevano riuniti in tribù in ambienti diversi: praterie, montagne, lungo i fiumi e i laghi: erano spesso nomadi e dediti alla caccia e alla pesca. Ebbero i primi contatti con gli Europei dopo che iniziarono le migrazioni di inglesi nel continente americano. A poco a poco il numero dei bianchi aumentò sempre più costringendoli a ritirarsi in zone sempre più ristrette, per i massacri che subivano ad opera degli invasori, fino ad essere confinati nelle riserve. Ma questo non impedì all’uomo bianco di continuare a sterminarli fino alla quasi estinzione. Difatti attualmente i nativi d’ America sono circa 500 mila.

Questa lettera fu scritta dal capo dei Pellirossa Capriolo Zoppo nel 1854 al Presidente degli Stati Uniti Franklin Pirce.
Il documento qui integralmente riprodotto è senz’altro una delle più elevate espressioni di sintonia dell’uomo col creato ed esprime la ricchezza universale dei “popoli nativi”, dei veri “indigeni” di ogni luogo della terra ed è la risposta che il Capo Tribù di Duwamish inviò al Presidente degli Stati Uniti che chiedeva di acquistare la terra dei Pellerossa.

“Il grande Capo che sta a Washington ci manda a dire che vuole comprare la nostra terra. Il grande Capo ci manda anche espressioni di amicizia e di buona volontà. Ciò è gentile da parte sua, poiché sappiamo che egli ha bisogno della nostra amicizia in contraccambio. Ma noi consideriamo questa offerta, perché sappiamo che se non venderemo, l’uomo bianco potrebbe venire con i fucili a prendere la nostra terra. Quello che dice il Capo Seattle, il grande Capo di Washington può considerarlo sicuro, come i nostri fratelli bianchi possono considerare sicuro il ritorno delle stagioni.
Le mie parole sono come le stelle e non tramontano. Ma come potete comprare o vendere il cielo, il colore della terra? Questa idea è strana per noi. Noi non siamo proprietari della freschezza dell’aria o dello scintillio dell’acqua: come potete comprarli da noi?
Ogni parte di questa terra è sacra al mio popolo. Ogni ago scintillante di pino, ogni spiaggia sabbiosa, ogni goccia di rugiada nei boschi oscuri, ogni insetto ronzante è sacro nella memoria e nella esperienza del mio popolo. La linfa che circola negli alberi porta le memorie dell’uomo rosso. I morti dell’uomo bianco dimenticano il paese della loro nascita quando vanno a camminare tra le stelle. Noi siamo parte della terra ed essa è parte di noi. I fiori profumati sono nostri fratelli. Il cervo, il cavallo e l’aquila sono nostri fratelli. Le creste rocciose, le essenze dei prati, il calore del corpo dei cavalli e l’uomo, tutti appartengono alla stessa famiglia. Perciò. Quando il grande Capo che sta a Washington ci manda a dire che vuole comprare la nostra terra, ci chiede molto. Egli ci manda a dire che ci riserverà un posto dove potremo vivere comodamente per conto nostro. Egli sarà nostro padre e noi saremo i suoi figli. Quindi noi considereremo la Vostra offerta di acquisto. Ma non sarà facile perché questa terra per noi è sacra. L’acqua scintillante che scorre nei torrenti e nei fiumi non è soltanto acqua ma è il sangue dei nostri antenati. Se noi vi vendiamo la terra, voi dovete ricordare che essa è sacra e dovete insegnare ai vostri figli che essa è sacra e che ogni tremolante riflesso nell’acqua limpida del lago parla di eventi e di ricordi, nella vita del mio popolo.
Il mormorio dell’acqua è la voce del padre, di mio padre. I fiumi sono i nostri fratelli ed essi saziano la nostra sete. I fiumi portano le nostre canoe e nutrono i nostri figli. Se vi vendiamo la terra, voi dovete ricordare e insegnare ai vostri figli che i fiumi sono i nostri fratelli ed anche i vostri e dovete perciò usare con i fiumi la gentilezza che userete con un fratello.
L’uomo rosso si è sempre ritirato davanti all’avanzata dell’uomo bianco, come la rugiada sulle montagne si ritira davanti al sole del mattino. Ma le ceneri dei nostri padri sono sacre. Le loro tombe sono terreno sacro e così queste colline e questi alberi. Questa porzione di terra è consacrata, per noi. Noi sappiamo che l’uomo bianco non capisce i nostri pensieri. Una porzione della terra è la stessa per lui come un’altra, perché egli è uno straniero che viene nella notte e prende dalla terra qualunque cosa gli serve. La terra non è suo fratello, ma suo nemico e quando la ha conquistata, egli si sposta, lascia le tombe dei suoi padri dietro di lui e non se ne cura. Le tombe dei suoi padri e i diritti dei suoi figli vengono dimenticati. Egli tratta sua madre, la terra e suo fratello, il cielo, come cose che possono essere comprate, sfruttate e vendute, come fossero pecore o perline colorate.
IL suo appetito divorerà la terra e lascerà dietro solo un deserto.
Non so, i nostri pensieri sono differenti dai vostri pensieri. La vista delle vostre città ferisce gli occhi dell’uomo rosso. Ma forse ciò avviene perché l’uomo rosso è un selvaggio e non capisce.
Non c’è alcun posto quieto nelle città dell’uomo bianco. Alcun posto in cui sentire lo stormire di foglie in primavera o il ronzio delle ali degli insetti. Ma forse io sono un selvaggio e non capisco. Il rumore della città ci sembra soltanto che ferisca gli orecchi. E che cosa è mai la vita, se un uomo non può ascoltare il grido solitario del succiacapre o discorsi delle rane attorno ad uno stagno di notte?
Ma io sono un uomo rosso e non capisco. L’indiano preferisce il dolce rumore del vento che soffia sulla superficie del lago o l’odore del vento stesso, pulito dalla pioggia o profumato dagli aghi di pino.
L’aria è preziosa per l’uomo rosso poiché tutte le cose partecipano dello stesso respiro.
L’uomo bianco sembra non accorgersi dell’aria che respira e come un uomo da molti giorni in agonia, egli è insensibile alla puzza.
Ma se noi vi vendiamo la nostra terra, voi dovete ricordare che l’aria è preziosa per noi e che l’aria ha lo stesso spirito della vita che essa sostiene. Il vento, che ha dato ai nostri padri il primo respiro, riceve anche il loro ultimo respiro. E il vento deve dare anche ai vostri figli lo spirito della vita. E se vi vendiamo la nostra terra, voi dovete tenerla da parte e come sacra, come un posto dove anche l’uomo bianco possa andare a gustare il vento addolcito dai fiori dei prati.
Perciò noi consideriamo l’offerta di comprare la nostra terra, ma se decideremo di accettarla, io porrò una condizione. L’uomo bianco deve trattare gli animali di questa terra come fratelli. Io sono un selvaggio e non capisco altri pensieri. Ho visto migliaia di bisonti che marcivano sulla prateria, lasciati lì dall’uomo bianco che gli aveva sparato dal treno che passava. Io sono un selvaggio e non posso capire come un cavallo di ferro sbuffante possa essere più importante del bisonte, che noi uccidiamo solo per sopravvivere.
Che cosa è l’uomo senza gli animali? Se non ce ne fossero più gli indiani morirebbero di solitudine. Perché qualunque cosa capiti agli animali presto capiterà all’uomo. Tutte le cose sono collegate.

Voi dovete insegnare ai vostri figli che il terreno sotto i loro piedi è la cenere dei nostri antenati. Affinché rispettino la terra, dite ai vostri figli che la terra è ricca delle vite del nostro popolo. Insegnate ai vostri figli quello che noi abbiamo insegnato ai nostri, che la terra è nostra madre. Qualunque cosa capita alla terra, capita anche ai figli della terra. Se gli uomini sputano sulla terra, sputano su se stessi.
Questo noi sappiamo: la terra non appartiene all’uomo, è l’uomo che appartiene alla terra. Questo noi sappiamo. Tutte le cose sono collegate, come il sangue che unisce una famiglia. Qualunque cosa capita alla terra, capita anche ai figli della terra. Non è stato l’uomo a tessere la tela della vita, egli ne è soltanto un filo. Qualunque cosa egli faccia alla tela, lo fa a se stesso. Ma noi consideriamo la vostra offerta di andare nella riserva che avete stabilita per il mio popolo. Noi vivremo per conto nostro e in pace. Importa dove spenderemo il resto dei nostri giorni.
I nostri figli hanno visto i loro padri umiliati nella sconfitta. I nostri guerrieri hanno provato la vergogna. E dopo la sconfitta, essi passano i giorni nell’ozio e contaminano i loro corpi con cibi dolci e bevande forti. Poco importa dove noi passeremo il resto dei nostri giorni: essi non saranno molti. Ancora poche ore, ancora pochi inverni, e nessuno dei figli delle grandi tribù, che una volta vivevano sulla terra e che percorrevano in piccole bande i boschi, rimarrà per piangere le tombe di un popolo, una volta potente e pieno di speranze come il vostro. Ma perché dovrei piangere la scomparsa del mio popolo? Le tribù sono fatte di uomini, niente di più. Gli uomini vanno e vengono come le onde del mare. Anche l’uomo bianco, il cui Dio cammina e parla con lui da amico a amico, non può sfuggire al destino comune.
Può darsi che siamo fratelli, dopo tutto. Vedremo.
Noi sappiamo una cosa che l’uomo bianco forse un giorno scoprirà: il nostro Dio è lo stesso Dio. Può darsi che voi ora pensiate di possederlo, come desiderate possedere la nostra terra. Ma voi non potete possederlo. Egli è il Dio dell’uomo e la sua compassione è uguale per l’uomo rosso come per l’uomo bianco. Questa terra è preziosa anche per lui. E far male alla terra è disprezzare il suo creatore. Anche gli uomini bianchi passeranno, forse prima di altre tribù. Continuate a contaminare il vostro letto e una notte soffocherete nei vostri stessi rifiuti.
Ma nel vostro sparire brillerete vividamente, bruciati dalla forza del Dio che vi portò su questa terra e per qualche scopo speciale vi diede il dominio su questa terra dell’uomo rosso. Questo destino è un mistero per noi, poiché non capiamo perché i bisonti saranno massacrati, i cavalli selvatici tutti domati, gli angoli segreti della foresta pieni dell’odore di molti uomini, la vista delle colline rovinate dai fili del telegrafo. Dov’è la boscaglia? Sparita. Dov’è l’aquila? Sparita. E che cos’è dire addio al cavallo e alla caccia? La fine della vita e l’inizio della sopravvivenza.
Noi potremmo capire se conoscessimo che cos’è che l’uomo bianco sogna, quali speranze egli descriva ai suoi figli nelle lunghe notti invernali, quali visioni egli accenda nelle loro menti, affinché essi desiderino il futuro. Ma noi siamo dei selvaggi. I sogni dell’uomo bianco ci sono nascosti. E poiché ci sono nascosti noi seguiremo i nostri pensieri.
Perciò noi considereremo l’offerta di acquistare la nostra terra. Se accetteremo sarà per assicurarci la riserva che avete promesso. Lì forse potremo vivere gli ultimi nostri giorni come desideriamo. Quando l’ultimo uomo rosso sarà scomparso dalla terra ed il suo ricordo sarà l’ombra di una nuvola che si muove sulla prateria, queste spiagge e queste foreste conserveranno ancora gli spiriti del mio popolo.
Poiché essi amano questa terra come il neonato ama il battito del cuore di sua madre. Così, se noi vi vendiamo la nostra terra, amatela come l’abbiamo amata noi. Conservate in voi la memoria della terra com’essa era quando l’avete presa e con tutta la vostra forza, con tutta la vostra capacità e con tutto il vostro cuore conservatela per i vostri figli ed amatela come Dio ci ama tutti.
Noi sappiamo una cosa, che il nostro Dio è lo stesso Dio. Questa terra è preziosa per Lui. Anche l’uomo bianco non fuggirà al destino comune. Può darsi che siamo fratelli, dopo tutto. Vedremo!”

Capriolo Zoppo, 1854

Alce Nero (1863-1931)

alcenero

Alce Nero (1863-1931) era uomo di medicina e predicatore. Alce Nero era un Sioux Lakota di stirpe Ogalala. Fu profeta e testimone dei fatti di sangue più agghiaccianti tra il suo popolo ed i soldati bianchi. Partecipò giovanissimo a diverse battaglie, finché il suo popolo si arrese e tutti vennero confinati in una riserva.

Sin da bambino aveva imparato che piante, animali e uomo appartengono allo stesso insieme, che offendere la natura significa offendere l’uomo, e che è bello riuscire a sentire il respiro della terra, rispettarla, conoscerla e assecondarla, perché sia generosa con l’uomo e con le sue generazioni future.
C’era una volta un uomo, il suo nome era Alce Nero, ci ha lasciato un messaggio giusto che oggi vive ancora e in cui noi ci riconosciamo:
“A chi gli chiede di Cavallo Pazzo, suo cugino scomparso, Alce Nero, uno degli ultimi capi indiani Sioux che muore alla fine degli anni ’30, risponde: Non importa, dove giace il suo corpo, poiché è erba; ma dove si trova il suo spirito: lì sarebbe bello stare.” Da “Alce Nero Parla”.