Tashunka Uitko “Cavallo Pazzo”

Cavallo Pazzo, per gli americani Crazy Horse, ovvero Tashunka Uitko (in lingua Sioux), nasce dalle parti di Ripid Creek, presumibilmente nel 1841 (non esiste una data certa). Figlio di uno sciamano della tribù Oglala Lakota, appartenente ai Sioux, così come la madre, veniva chiamato anche ricciuto, a causa dei suoi capelli particolarmente ricci e chiari, caratteristica rara negli indiani.

cavallopazzo

Il suo nome originale significa letteralmente “il suo cavallo è pazzo”, attribuitogli perché dopo la sua nascita, un cavallo selvatico si aggirava nella valle in cui era nato e anche per il suo modo intrepido di combattere riscontratogli da giovane.
In piccola età, riuscì a sopravvivere alla distruzione del suo villaggio ad opera dei soldati federali, guidati dal generale George Crook, soprannominato dagli indiani Volpe Grigia e che per tutta la vita sarà un suo acerrimo nemico. Esperienza traumatica che accentuò in lui un enorme odio verso i federali e un’incessante attività per la resistenza allo sterminio del suo popolo.
Cresciuto con il consueto spirito Sioux insegnatogli, qualche anno più tardi sposò una donna Cheyenne, Rebosio Nero.
Anche se ritenuto dagli anziani un guerrafondaio, le sue immense doti carismatiche e di guerriero, gli valsero la nomina di grande capo guerriero dai capi tribù Toro Seduto e Nuvola Rossa. Da quel giorno, dedicò la sua vita quasi esclusivamente nel combattere le armate che tentavano di impadronirsi del loro territorio e che minacciavano la loro vita e soprattutto la loro libertà.
Il 25 giugno 1876, la battaglia di Little Bighorn, rese Cavallo Pazzo un eroe leggendario.
Il generale George Armstrong Custer il 25 giugno decise di attaccare gli indiani, tentando di accerchiarli con tre truppe: quella guidata dal generale Custer, quella con il capitano Frederick Benteen e la truppa del maggiore Marcus Reno, in cui diversi italiani ne facevano parte e alcuni di questi sopravvissero alla battaglia. Increduli, i federali si trovarono di fronte più di 1.200 uomini Sioux e Cheyenne.
i federali furono costretti a trincerarsi, riuscendo a fuggire dalla valle solo quattro giorni dopo e subendo circa 270 perdite, mentre le truppe indiane, armate solo di tomahawk, arco e frecce, furono quasi indenni.
Dopo questa battaglia, nasce la leggenda che vede Cavallo Pazzo invulnerabile ai proiettili (a causa di una ferita, forse di striscio, che non gli causò problemi) e che il suo spirito, ancora oggi sovrasta le capanne indiane.

“Risarcimento Black Hills” 105 milioni di dollari ai Sioux

13 giugno 1979 . Gli indiani Sioux ricevono dal governo degli stati uniti 105 milioni di dollari a titolo di risarcimento per le Black Hills, la loro terra sacra, sottratta alle tribu’ Lakota nel 1877. Un gesto simbolico che segue una delle vicende piu’ sanguinose e tragiche della storia Americana. Gli indiani pellerossa, da sempre proprietari delle Black Hills, furono infatti cacciati e massacrati, dopo che i bianchi si erano accorti che nelle colline nere si nascondeva l’oro.

Una spedizione nelle Black Hills (1874)

blackhills

Il popolo Lakota le chiamava Paha Sapa; erano le loro montagne sacre, il centro del mondo, la dimora degli dei, il luogo dove i giovani andavano in meditazione per ottenere una visione e parlare col Grande Spirito. Per i bianchi, invece, erano le Colline Nere, per via del colore scuro delle fitte foreste che le ricoprivano; nulla di più che una terra vergine da saccheggiare. Ed è quello che puntualmente avvenne quando, il 27 Agosto 1874, l’ Inter Ocean di Chicago, per primo, titolò a caratteri cubitali: “Gold!”.
La notizia era di quelle elettrizzanti ed un fremito scosse la nazione messa in ginocchio dalla crisi economica. Se, come si diceva, le Black Hills erano zeppe d’oro, non si poteva certo lasciarle in mano agli indiani.
Il quotidiano, oltretutto, suggeriva che era terribilmente facile scovarlo visto che “si trovava tra l’erba, sotto gli zoccoli dei cavalli” (frase mutuata dalla relazione del tenente Colonnello George Armstrong Custer scritta al ritorno dalla sua spedizione esplorativa della regione delle Black Hills nel Giugno del 1874).
L’oro nelle Colline Nere: un cerino gettato in un covone di paglia secca. L’America, di conseguenza, non potè che prendere fuoco, sguinzagliando il meglio della sua gente in quella che fu una delle ultime grandi corse all’oro, o, per essere più precisi, una delle più infamanti violenze esercitate sul popolo indiano.
La faccenda fu davvero sporca; non di guerra, ma di furto e vero e proprio si dovrebbe parlare.
Le Paha Sapa, infatti, appartenevano agli indiani perché così aveva stabilito il presidente degli Stati Uniti il quale, nel 1868, le aveva giudicate prive di valore. Certo, all’epoca non si poteva sapere che nascondessero nelle proprie viscere una gran quantità di metallo biondo, ma un patto è un patto e tale dovrebbe restare. No, nient’affatto, roba da vecchi nobiluomini incartapecoriti: una giovane nazione come gli USA è legittimata dalla Provvidenza a prendersi ciò che vuole, ciò che le spetta per manifesto destino, anche con la forza se necessario. La guerra per strapparle ai Sioux fu dunque voluta esclusivamente dai bianchi, che dapprima cercarono ogni pretesto per provocarli, usando squallidi trucchi per comprare le colline ad un prezzo irrisorio, e poi, quando si resero conto che gli indiani non avrebbero ceduto ai loro ricatti, si limitarono a dichiararli “ostili” e invasero il loro territorio per sottometterli.
All’inizio dell’autunno 1874 i Sioux che erano andati a cacciare nel Nord, e avevano così potuto osservare le lunghe colonne di soldati e carri della spedizione di Custer che violentavano la loro terra sacra, tornarono all’agenzia della riserva, diretta da un certo Saville. Erano furiosi per quanto accaduto e parlavano apertamente di formare una spedizione di guerra per scacciare gli invasori. La situazione era potenzialmente esplosiva ma Nuvola Rossa seppe rasserenare gli animi con parole di pace. Il vecchio capo nutriva ancora grande fiducia nel Padre Bianco ed era convinto che avrebbe mantenuto la sua parola. Il trattato che aveva stipulato era chiaro e non erano passati che sei anni, in fondo. Come avrebbe potuto rimangiarsi quella promessa a così breve distanza?
Se la reazione dei giovani Sioux può sembrarvi esagerata, meditate sulle parole di Alto Mandan, rivolte ai bianchi, che colgono appieno il giusto paragone: “Noi eravamo seduti e li abbiamo visti passare di qui a prendere l’oro, e non abbiamo detto nulla (…) Amici miei, quando andai a Washington, andai nella vostra casa del denaro, e vi erano alcuni giovani con me, ma nessuno di loro portò via del denaro da quella casa mentre io ero con loro.
Perché gli indiani non erano affatto stupidi né ingenui. Avevano compreso benissimo il valore economico delle Black Hills, tanto che il già citato Orso Macchiato chiese in cambio settanta milioni di dollari, da mettere in “qualche posto a un tasso di interesse”, così da poter poi comprare del bestiame, mentre Due Orsi voleva che il popolo Lakota venisse mantenuto a vita in considerazione della gran quantità d’oro che sarebbe stata estratta.
Il governo americano offrì invece quattrocentomila dollari all’anno per le concessioni minerarie oppure sei milioni per l’acquisto di tutta la regione. La maggior parte dei Sioux, in ogni caso, non avevano alcuna intenzione di vendere; “neanche tanto così”, come dichiarò Toro Seduto sollevando una manciata di terra dal suolo. D’altro canto Cavallo Pazzo aveva già perentoriamente affermato che “non si vende la terra sulla quale la gente cammina”.
Come già detto, le Paha Sapa erano qualcosa di molto di più di una semplice riserva di caccia: Antilope Che Corre affermò che “le dieci nazioni Sioux guardano ad esse come al centro della loro terra”.
Un luogo sacro, mistico, dove vivere e morire. “Tutti i miei parenti sono sepolti qui”, disse Collana di Lupo, “e quando cadrò a pezzi, desidero cadere a pezzi qui”. Sordi a queste parole ed incuranti del trattato da loro stessi firmato, gli americani ebbero la sfrontatezza di pretendere che gli indiani vendessero la loro terra in cambio di pochi spiccioli, o almeno che gliela prestassero per un po’, giusto il tempo di svuotarla di ogni minerale prezioso.